


GLI INIZI
PERIODO FIGURATIVO
(Dal 1950-1972)


La pittura figurativa accompagna Vincenzo Balsamo sin dall’infanzia. Ancora molto giovane, a seguito delle difficoltà familiari, iniziò a lavorare nella bottega del maestro Pietro Acquaviva per contribuire al sostentamento dei genitori. Fu proprio in questo contesto artigianale che maturò il primo contatto diretto con la pittura: l’apprendimento delle tecniche decorative, dell’uso dei colori e dei materiali costituì il terreno su cui si innestò una precoce attenzione per la figura e per la rappresentazione del reale.Formatosi inizialmente nella bottega di Pietro Acquaviva, Balsamo acquisì una solida conoscenza tecnica dei materiali, dei colori e delle superfici, che costituirà la base concreta del suo linguaggio pittorico. Fin dalle prime prove, la figurazione si impose come strumento privilegiato di indagine della realtà, intesa non come semplice riproduzione del visibile, ma come lettura intensa e partecipe dell’esperienza umana.
Il periodo di studi alla Scuola d’Arte di San Giacomo a Roma consolidò questo orientamento. Paesaggi, nature morte e soprattutto ritratti divennero il centro della sua ricerca: opere come lo Studio di volto del 1955 rivelano un interesse precoce per la resa espressiva del volto umano, colto nella sua dimensione psicologica più che descrittiva. Lo sguardo, spesso fisso e diretto, diventa elemento portante della composizione, veicolo di una silenziosa tensione emotiva.
Al di là dell’insegnamento accademico, la vera matrice della sua pittura figurativa fu la realtà quotidiana della periferia romana. Balsamo osservava la vita di strada, i volti comuni, i gesti semplici, restituendoli sulla tela con un realismo partecipe, mai freddo o distaccato. La figurazione diventa così racconto visivo di un’umanità marginale ma intensamente viva, filtrata attraverso una sensibilità attenta alla dignità e alla presenza fisica dei soggetti.
Il contatto con la Scuola Romana rafforzò ulteriormente questa visione. L’incontro con artisti come Mafai, Scipione, Vespignani e Guttuso contribuì a orientare la sua pittura verso una figurazione espressiva, in cui la materia, il segno e il colore partecipano alla costruzione emotiva dell’immagine. La figura non è mai idealizzata: è concreta, spesso segnata dal tempo, immersa in ambienti essenziali che ne amplificano la forza narrativa.
Anche quando, negli anni successivi, Balsamo si aprì a sperimentazioni formali e a suggestioni cubiste, la figurazione rimase un riferimento costante. Le sue nature morte e i suoi ritratti continuano a conservare un saldo legame con il reale, pur attraversato da scomposizioni e riorganizzazioni dello spazio. La pittura figurativa, per Balsamo, non rappresentò mai una fase superata, ma un territorio di continua esplorazione, in cui tecnica, esperienza vissuta e visione interiore si fondono in un linguaggio personale e riconoscibile.
La frequentazione dell’ambiente romano del dopoguerra, vivace ed eclettico, insieme al costante esercizio del disegno dal vero e alla rappresentazione della realtà urbana, contribuì a sviluppare in Vincenzo Balsamo un approccio aperto e sperimentale alla pittura. Fin dagli anni della formazione, l’attenzione per il reale si accompagna a una naturale predisposizione all’esplorazione di linguaggi e tecniche diverse, un’attitudine che resterà una costante di tutta la sua carriera, così come il ricorrere del colore blu, elemento identitario del suo immaginario pittorico.
La città, le strade e le periferie romane costituiscono uno dei nuclei centrali della sua pittura figurativa. In opere come Porta Portese (1958), Balsamo ritrae uno dei luoghi simbolo della Roma popolare, restituendo la vitalità del mercato domenicale attraverso una pittura dinamica e immediata. Le piccole pennellate, rapide e vibranti, traducono sulla tela il movimento, il fermento e la varietà umana osservata direttamente dall’artista, che era solito sostare a lungo tra i banchi con cavalletto e colori, studiando volti, gesti e relazioni. L’alternanza di toni caldi e accesi contribuisce a creare un’atmosfera umile, vitale e spontanea, lontana da ogni idealizzazione.

Portaportese, 1958
Il rapporto diretto con la realtà urbana emerge con forza anche in Il venditore di anticaglie (1962), dove il soggetto è colto in un momento di attesa silenziosa, seduto tra gli oggetti della sua mercanzia. Qui il segno si fa più rapido e libero, ma al tempo stesso più consapevole: il gioco calibrato di luci e ombre, la densità del disegno nelle zone in ombra e l’uso inedito del pennarello nero per sottolineare alcuni tratti guidano lo sguardo dall’insieme al dettaglio, rafforzando la profondità emotiva e compositiva della scena.

Il venditore di anticaglie, 1962
Accanto alla dimensione urbana, emerge tuttavia anche un’esigenza di evasione dalla città, affidata al richiamo del mare e, ancora una volta, al colore blu, inteso come spazio di accoglienza, riflessione e interiorità. Dal punto di vista tecnico, il periodo romano è caratterizzato da una pittura figurativa fortemente ancorata al vero, in cui il disegno riveste un ruolo fondamentale e la materia pittorica diventa veicolo di sentimento e osservazione.
In questa fase trovano spazio anche le nature morte, che per Balsamo rappresentano un terreno di studio e sperimentazione. In Fiori e frutta (1968), il vaso blu sostiene una composizione ricca e varia, in cui la pennellata morbida ma sicura e la gamma cromatica dominata dal blu dialogano con le forme e i colori dei fiori, suggerendo una riflessione sul tempo, sulla trasformazione e sulla fragilità della natura. Il confronto con la pittura di Mario Mafai, in particolare per l’uso espressivo del colore e per la densità materica della pennellata, risulta significativo in questa direzione.Gli anni compresi tra il 1946 e il 1974 segnano un periodo di progressiva trasformazione del linguaggio di Balsamo, in cui la figurazione convive con prime scomposizioni formali. Questa tensione tra osservazione del reale e ricerca interiore emerge chiaramente anche nell’Autoritratto del 1961, dove lo sguardo malinconico e diretto, unito a una pennellata ampia ma controllata e a un uso espressivo del colore, rivela una profonda indagine sul sé.

Autritratto, 1961
Anche i paesaggi dipinti ad olio in quegli stessi anni trasmettono una sensazione di malinconia e solitudine: le colline toscane, laziali, umbre e campane sono rappresentate come spazi privi di presenza umana, immersi in una natura osservata con attenzione diretta e fenomenologica. Tutto appare colto in un istante di sospensione, dominato dal silenzio e dall’immobilità.
Negli anni successivi, questi stessi paesaggi andranno progressivamente incontro a processi di scomposizione e frammentazione, segnando l’avvicinamento dell’artista a una sensibilità cubista, maturata anche grazie ai contatti con l’arte europea e ai viaggi parigini degli anni Sessanta.
